Alleanza per difendere la Costituzione
Raniero La Valle
Berlusconi lo ha sentito soprattutto come uno sfregio morale. A lui, e a
Milano! Ha scritto un leader pacifista, Enrico Peyretti: "Berlusconi ferito,
umiliato e offeso lo sentiamo umanamente più vicino a noi. Nessuno offenda
il potente nella sua fragilità". E umana, così da riavvicinarlo alla gente
comune, è la domanda che l'aggredito ha rivolto a don Verzè e agli altri
suoi amici: "Perché mi odiano?". Amicizia è rispondere a questa domanda.
La prima risposta è quella che si legge nel Vangelo, ed è ciò che dice Gesù
citando i Salmi: "Mi hanno odiato senza ragione". Questa risposta è
verissima, e vale per tutti gli uomini, perché l'odio non ha mai ragione,
per nessuna colpa e in nessuna circostanza, e solo quando la società uscirà
dalla spirale della reciprocità violenta, sarà salva. Ma per dare questa
risposta bisogna essere cristiani o nonviolenti, cosa ai tempi che corrono
piuttosto rara.
E allora bisogna dare anche altre risposte. Dire che è il clima, non è una
risposta. Ma con più cultura, oggi purtroppo dismessa in politica, si
potrebbe riconoscere una causa che la ricerca storica e antropologica ha
ormai sufficientemente chiarito, e cioè che quando la comunità concentra la
sua attenzione su figure fuori dell'ordinario, uomini di Stato, star,
vedettes e altri "uomini famosi", scatta una dinamica di ambivalenza di
amore-odio. Questa perciò è una cosa che va maneggiata con cura. I vecchi
sovrani che identificavano in sé il corpo stesso del popolo, erano i più
predisposti a suscitare sentimenti estremi, ciò di cui si mostrano
consapevoli molti degli antichi riti di intronizzazione, che innalzavano il
re come se fosse una vittima designata.
B erlusconi ha impostato la sua strategia politica attivando una estrema
polarizzazione sulla sua persona, accentuando al massimo la sua differenza:
il più ricco, il più bello, il più amato dalle donne e dai capi di Stato
stranieri, il miglior governante attraverso tre secoli, il più perseguitato
di tutti, il più calunniato, il più innocente, il primo sopra tutti i suoi
pari, insomma l'unico. Questo è di per sé un pericolo. Ma questo pericolo è
stato enormemente accresciuto dallo sciagurato sistema bipolare che gli
apprendisti stregoni hanno voluto a tutti i costi instaurare nel nostro
Paese. Perché per quanto in passato la popolarità di Berlusconi possa essere
stata grande, in ogni caso essa lasciava fuori dai processi imitativi e
identificativi col capo metà dell'Italia. E Berlusconi ha assunto la sua
metà come se fosse il tutto: il suo partito l'ha chiamato "popolo", rendendo
gli altri "non popolo"; e su tutto il non popolo, non votante per lui, sono
piombate definizioni ed epiteti, intesi come ingiurie, pesanti come il duomo
di Milano: mortadelle, coglioni, comunisti, cattocomunisti, sinistre,
antitaliani in combutta con lo straniero, giudici rossi, Corte
incostituzionale, presidenti della Repubblica partigiani, terroristi
mediatici, eccitatori di odio e via esorcizzando.
Questa temeraria e tragica polarizzazione non si esaurisce però nel rapporto
con la persona del leader, come avviene nei regimi cesaristi e totalitari,
ma nelle condizioni della democrazia investe, divide, corrompe e scuote
tutto il Paese. Essa erompe nella protesta degli esclusi, le cui
rappresentanze sono state addirittura cacciate dal Parlamento con quel 4 per
cento che è tanto piaciuto a Berlusconi e a Veltroni, e dilaga con la sua
carica ansiogena attraverso l'anello più debole ed emotivamente labile, che
è il sistema mediatico-informativo, sicché dopo la televisione non si riesce
più neanche a dormire la notte.
È forse per questo che oggi si vuol correre ai ripari spegnendo la
democrazia, dal cambio della Costituzione alla repressione dei cortei,
facendo per essi appello alle norme concepite per sedare le risse
programmate dalle opposte tifoserie negli stadi per cui ci vorrà, forse, una
"tessera del manifestante" concessa dal governo, e agli studenti dalla
signora Gelmini.
L'accusa che si fa ai costituenti del 1947 è che essi hanno costruito un
eccessivo sistema di garanzie perché spaventati dal fascismo da cui erano
appena usciti, cosa che non sarebbe oggi più necessaria: ma avevano ragione
loro se, non appena si intaccano le garanzie, l'ombra del fascismo riappare;
e anzi nel mondo di oggi il terreno è più fertile di ieri, perché oggi ci
sono grandi concentrazioni di ricchezze che ieri non c'erano, e una potenza
di fuoco mediatica di cui allora non c'erano neanche i mezzi e il
preannuncio.
Dunque è l'intero sistema politico che va ri-formato, con una decisa
inversione di tendenza rispetto alla deriva di questi ultimi vent'anni, che
ci ha portato fin qui. Questo è il senso della richiesta pressante, che sale
dalla società, anche da quella che il 5 dicembre si è tinta di viola, perché
le forze democratiche si riuniscano in una alleanza o "costellazione
democratica" che si assuma il compito di vincere le elezioni, ripristinare
la pace e salvare la Repubblica. L'accusa di voler così rifare il CLN o
riprodurre le ammucchiate senza altro cemento che l'antiberlusconismo, è
stantia e radicalmente infondata. La chiusura dell'esperienza Berlusconi -
che gli stessi suoi amici ormai dovrebbero perorare - non significa tanto
rimuovere una persona che la logica del sistema ha reso vittima
catalizzatore e signore del conflitto, ma significa rovesciare la logica
dell'attuale sistema restituendogli piena agibilità democratica, nonché
liberare e nello stesso tempo regolare il conflitto, riportandolo nei
parametri civili delle necessarie lotte sociali, sindacali e politiche.
Per questo insistiamo a dire che la grande alleanza democratica per la
difesa del costituzionalismo e la fondazione di una democrazia pluralista,
non sospende la lotta per la giustizia sociale, il lavoro, l'equità fiscale,
la sicurezza previdenziale e sanitaria, i beni comuni; né l'alleanza
politica che l'attuale legge elettorale, madre di tutte le storture, impone
che sia estesa a tutte le forze democratiche alternative alla destra, deve
interamente tradursi in una coalizione di governo; ciò naturalmente a
condizione che tra le due alleanze, quella politica più larga e quella
esecutiva più ristretta, siano stabiliti patti chiari e leali, non di
potere, che garantiscano da un lato l'identità e il radicamento sociale di
ogni forza politica, dall'altro la stabilità e la linearità dell'azione di
governo.
Ciò è perfettamente possibile solo che si tenga conto che nell'emergenza si
è meno liberi che nella situazione di normalità: quella normalità
democratica a cui appunto è necessario tornare.
Berlusconi lo ha sentito soprattutto come uno sfregio morale. A lui, e a
Milano! Ha scritto un leader pacifista, Enrico Peyretti: "Berlusconi ferito,
umiliato e offeso lo sentiamo umanamente più vicino a noi. Nessuno offenda
il potente nella sua fragilità". E umana, così da riavvicinarlo alla gente
comune, è la domanda che l'aggredito ha rivolto a don Verzè e agli altri
suoi amici: "Perché mi odiano?". Amicizia è rispondere a questa domanda.
La prima risposta è quella che si legge nel Vangelo, ed è ciò che dice Gesù
citando i Salmi: "Mi hanno odiato senza ragione". Questa risposta è
verissima, e vale per tutti gli uomini, perché l'odio non ha mai ragione,
per nessuna colpa e in nessuna circostanza, e solo quando la società uscirà
dalla spirale della reciprocità violenta, sarà salva. Ma per dare questa
risposta bisogna essere cristiani o nonviolenti, cosa ai tempi che corrono
piuttosto rara.
E allora bisogna dare anche altre risposte. Dire che è il clima, non è una
risposta. Ma con più cultura, oggi purtroppo dismessa in politica, si
potrebbe riconoscere una causa che la ricerca storica e antropologica ha
ormai sufficientemente chiarito, e cioè che quando la comunità concentra la
sua attenzione su figure fuori dell'ordinario, uomini di Stato, star,
vedettes e altri "uomini famosi", scatta una dinamica di ambivalenza di
amore-odio. Questa perciò è una cosa che va maneggiata con cura. I vecchi
sovrani che identificavano in sé il corpo stesso del popolo, erano i più
predisposti a suscitare sentimenti estremi, ciò di cui si mostrano
consapevoli molti degli antichi riti di intronizzazione, che innalzavano il
re come se fosse una vittima designata.
B erlusconi ha impostato la sua strategia politica attivando una estrema
polarizzazione sulla sua persona, accentuando al massimo la sua differenza:
il più ricco, il più bello, il più amato dalle donne e dai capi di Stato
stranieri, il miglior governante attraverso tre secoli, il più perseguitato
di tutti, il più calunniato, il più innocente, il primo sopra tutti i suoi
pari, insomma l'unico. Questo è di per sé un pericolo. Ma questo pericolo è
stato enormemente accresciuto dallo sciagurato sistema bipolare che gli
apprendisti stregoni hanno voluto a tutti i costi instaurare nel nostro
Paese. Perché per quanto in passato la popolarità di Berlusconi possa essere
stata grande, in ogni caso essa lasciava fuori dai processi imitativi e
identificativi col capo metà dell'Italia. E Berlusconi ha assunto la sua
metà come se fosse il tutto: il suo partito l'ha chiamato "popolo", rendendo
gli altri "non popolo"; e su tutto il non popolo, non votante per lui, sono
piombate definizioni ed epiteti, intesi come ingiurie, pesanti come il duomo
di Milano: mortadelle, coglioni, comunisti, cattocomunisti, sinistre,
antitaliani in combutta con lo straniero, giudici rossi, Corte
incostituzionale, presidenti della Repubblica partigiani, terroristi
mediatici, eccitatori di odio e via esorcizzando.
Questa temeraria e tragica polarizzazione non si esaurisce però nel rapporto
con la persona del leader, come avviene nei regimi cesaristi e totalitari,
ma nelle condizioni della democrazia investe, divide, corrompe e scuote
tutto il Paese. Essa erompe nella protesta degli esclusi, le cui
rappresentanze sono state addirittura cacciate dal Parlamento con quel 4 per
cento che è tanto piaciuto a Berlusconi e a Veltroni, e dilaga con la sua
carica ansiogena attraverso l'anello più debole ed emotivamente labile, che
è il sistema mediatico-informativo, sicché dopo la televisione non si riesce
più neanche a dormire la notte.
È forse per questo che oggi si vuol correre ai ripari spegnendo la
democrazia, dal cambio della Costituzione alla repressione dei cortei,
facendo per essi appello alle norme concepite per sedare le risse
programmate dalle opposte tifoserie negli stadi per cui ci vorrà, forse, una
"tessera del manifestante" concessa dal governo, e agli studenti dalla
signora Gelmini.
L'accusa che si fa ai costituenti del 1947 è che essi hanno costruito un
eccessivo sistema di garanzie perché spaventati dal fascismo da cui erano
appena usciti, cosa che non sarebbe oggi più necessaria: ma avevano ragione
loro se, non appena si intaccano le garanzie, l'ombra del fascismo riappare;
e anzi nel mondo di oggi il terreno è più fertile di ieri, perché oggi ci
sono grandi concentrazioni di ricchezze che ieri non c'erano, e una potenza
di fuoco mediatica di cui allora non c'erano neanche i mezzi e il
preannuncio.
Dunque è l'intero sistema politico che va ri-formato, con una decisa
inversione di tendenza rispetto alla deriva di questi ultimi vent'anni, che
ci ha portato fin qui. Questo è il senso della richiesta pressante, che sale
dalla società, anche da quella che il 5 dicembre si è tinta di viola, perché
le forze democratiche si riuniscano in una alleanza o "costellazione
democratica" che si assuma il compito di vincere le elezioni, ripristinare
la pace e salvare la Repubblica. L'accusa di voler così rifare il CLN o
riprodurre le ammucchiate senza altro cemento che l'antiberlusconismo, è
stantia e radicalmente infondata. La chiusura dell'esperienza Berlusconi -
che gli stessi suoi amici ormai dovrebbero perorare - non significa tanto
rimuovere una persona che la logica del sistema ha reso vittima
catalizzatore e signore del conflitto, ma significa rovesciare la logica
dell'attuale sistema restituendogli piena agibilità democratica, nonché
liberare e nello stesso tempo regolare il conflitto, riportandolo nei
parametri civili delle necessarie lotte sociali, sindacali e politiche.
Per questo insistiamo a dire che la grande alleanza democratica per la
difesa del costituzionalismo e la fondazione di una democrazia pluralista,
non sospende la lotta per la giustizia sociale, il lavoro, l'equità fiscale,
la sicurezza previdenziale e sanitaria, i beni comuni; né l'alleanza
politica che l'attuale legge elettorale, madre di tutte le storture, impone
che sia estesa a tutte le forze democratiche alternative alla destra, deve
interamente tradursi in una coalizione di governo; ciò naturalmente a
condizione che tra le due alleanze, quella politica più larga e quella
esecutiva più ristretta, siano stabiliti patti chiari e leali, non di
potere, che garantiscano da un lato l'identità e il radicamento sociale di
ogni forza politica, dall'altro la stabilità e la linearità dell'azione di
governo.
Ciò è perfettamente possibile solo che si tenga conto che nell'emergenza si
è meno liberi che nella situazione di normalità: quella normalità
democratica a cui appunto è necessario tornare.
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