I 2 anni di Raul macchiati dalla morte del dissidente
Orlando Zapata era in sciopero della fame da 85 giorni
Ieri doveva essere il giorno in cui i giornali, fra cui il manifesto, avrebbero scritto articoli sul secondo anniversario di Raul Castro da presidente della repubblica di Cuba. L'eterno n.2 fu eletto dal parlamento il 24 febbraio 2008 dopo 19 mesi di reggenza «provvisoria» in cui aveva preso il posto dell'indiscusso n.1, suo fratello Fidel, il lider maximo per 47 anni, messo ko il 31 luglio 2006 dalla malattia.
Invece sui giornali di oggi - inevitabilmente e sfortunatamente - si parlerà d'altro a proposito di Cuba: della morte di un povero muratore di 42 anni. Un oppositore preso nella stretta repressiva che nell'aprile 2003 portò a condanne spropositate 75 dissidenti - secondo la terminologia ufficiale «mercenari» al soldo degli Usa però non violenti - e al muro tre sequestratori di un ferry nel porto dell'Avana.
Orlando Zapata Tamayo aveva 42 anni e da 85 giorni era in sciopero della fame per protestare contro le condizioni carcerarie. Nel 2003 era stato condannato a 3 anni per «desacato» (vilipendio), «desorden publico» e «desobediencia». Poi, una volta in carcere, vista il suo atteggiamento «di sfida», era stato incriminato per altri reati e aveva accumulato condanne addirittura per 36 anni. Secondo la madre, Reina Tamayo, sentita dalla super-bloguera Yoani Sanchez e per telefono dal Miami Herald, alcuni giorni prima di cominciare lo sciopero della fame il 3 dicembre scorso, era stato più volte picchiato dalle guardie carcerarie. Le sue condizioni fisiche erano andate peggiorando e il 17 febbraio era stato trasferito dalla prigione di Kilo 7 a Camaguey all'ospedale Amalia Simoni, sempre nella stessa città dell'oriente cubano, e più tardi -ma troppo tardi - nell'ospedale della prigione del Combinado del este, all'Avana, e infine, lunedì, all'ospedale Hermanos Ameijeiras, uno dei più attrezzati della capitale. Dove era arrivato «in stato critico» e dove, nonostante l'alimentazione forzata e le flebo, è morto all'1 del pomeriggio di martedì. La madre ha detto che è stato «un omicidio premeditato: hanno raggiunto lo scopo che si prefiggevano», e oggi lo porterà a Banes, la sua città nella provincia orientale di Holguin, dove sarà seppellito.
Zapata è stato il primo oppositore morto in carcere per sciopero della fame dal 1972, quando morì lo studente Pedro Luis Boitel. «La differenza - ha detto una "fonte diplomatica" citata dal giornale spagnolo el Pais -è che allora quasi nessuno vi prestò attenzione e adesso invece sarà uno scandalo».
Zapata era un «prigioniero di coscienza» per Amnesty e - circostanza aggravante - del suo caso e delle sue condizioni si era parlato anche nei giorni scorsi, il 19 febbraio, nel corso degli incontri fra Spagna e Cuba a Madrid e fra i cubani e il sottosegretario di stato Usa Craig Kelly all'Avana.
La morte di Zapata «è una grande tragedia per la sua famiglia, per il movimento dei diritti umani a Cuba e per il governo cubano», ha detto Elizardo Sanchez, della Commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione, tollerata dal governo. Ha ragione, una triplice tragedia e un boomerang per Cuba e per Raul, di cui si sarebbe dovuto raccontare oggi cosa ha fatto e cosa non è riuscito a fare in questi due anni. E che invece deve affrontare una situazione scabrosa, che alimenta tutte le pulsioni anti-cubane. Tanto che, fatto molto significativo, per la prima volta ha espresso ieri il suo «rammarico» per la morte di Zapata (anche se ha escluso ogni «tortura»: «quelle si fanno a Guantanamo»).
Un brutto modo per celebrare l'anniversario di Raul e l'arrivo all'Avana nelle stesse ore di martedì del brasiliano Lula da Silva e del venezuelano Hugo Chavez, reduci dal vertice latino-americano di Cancun e venuti a dare appoggi politici e materiali a Cuba, e anche per la Spagna di Zapatero (che ha «profondamente deplorato» la morte dell'oppositore) impegnata come presidente di turno della Ue a rilanciare la politica di «dialogo costruttivo» con l'Avana. Un imbarazzo in particolare per Lula, che sedeva accigliato al fianco di Raul mentre il leader cubano esprimeva il suo «rammarico», a cui i 53 oppositori cubani ancora in carcere dei 75 condannati nel 2003 avevano fatto recapitare una lettera a Cancun in cui chiedevano di intercedere per la loro liberazione con i fratelli Castro.
Naturalmente le condanne e deplorazioni sono arrivate e stanno arrivando a pioggia. Da dentro Cuba (le «Damas en blanco») e da fuori: gli Usa (l'amministrazione Obama e la destra bipartisan della Florida), dalla Ue, la destra spagnola contro la politica di dialogo del governo socialista (ma anche Izquierda unida che chiede «nunca mas»), il governo e l'opposizone italiani (il sottosegretario Scotti e Fassino), fino ad Amnesty, che denuncia la morte orribile di Zapata come «una prova della disperazione» ed esige di nuovo la liberazione dei circa 200 dissidenti rinchiusi nella carceri cubane. Che Cuba non considera «detenuti politici» ma che in nessun caso possono essere lasciati morire come è morto Orlando Zapata.
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Quale indiretto, e datato, commento, pubblichiamo questo testo, pur sempre attuale:
Il Comitato direttivo del Circolo Prc “Antonio Gramsci” di Piombino approva il seguente documento:
Bisogna sostenere il popolo e la rivoluzione socialista di Cuba, a cominciare dal rifiuto dell’ignobile blocco quarantennale imposto dagli Usa, e dalla vergogna della base Usa di Guantanamo in territorio cubano, dove Bush impartisce lezioni di violazione sistematica dei diritti umani, sulla pelle di centinaia di veri o presunti talebani lì detenuti: in tutte le sedi, continueremo a chiedere la revoca del blocco e lo sgombero della base.
E contemporaneamente bisogna dire ad alta voce che proprio la rivoluzione ha bisogno della democrazia e del rispetto dei diritti umani, a cominciare da quelli degli imputati nei processi per qualsiasi reato. Ciò è giusto ovunque, ma per quello che Cuba rappresenta nella storia delle lotte di liberazione è anche più necessario, affinché la rivoluzione non si separi dalle giovani generazioni - quelle stesse che ha salvato in questi decenni dalla malattia e dalla denutrizione (a differenza dell’Argentina neoliberista), e che potrebbero venire risucchiate dal miraggio-Miami. Per le stesse ragioni, la pena di morte deve essere abolita ovunque, e Cuba può rafforzare il proprio prestigio – e la solidarietà che la circondano - dando l’esempio innanzi tutto con la moratoria immediata.
Il nostro affetto, il nostro impegno militante per Cuba contro le minacce di aggressione da parte degli Usa si esprimono così più compiutamente e liberamente.
Maggio 2003