Centrale a biomasse nel livornese
Sabato 13 nella sala della circoscrizione 2 alle ore 16 assemblea pubblica sulla centrale.
Medicina Democratica.
LIVORNO. «La centrale a biomasse non inquina. Le emissioni di polveri rientrano ampiamente nei limiti di legge previsti per gli ambienti urbani». Avrebbe fatto volentieri a meno, il presidente della Compagnia Portuale Enzo Raugei, di tornare su un argomento chiuso, archiviato dall’autorizzazione per la costruzione dell’impianto a biomasse in porto rilasciata dalla Provincia il 9 dicembre.
Ma il caso monta e allora la società Porto Energia (85% Compagnia Portuale) prova a sgonfiarlo. Al termine della conferenza stampa resta però un interrogativo: perchè non mettere subito i filtri, come è stato fatto nella centrale a biomasse di Piombino e come voleva l’Arpat? Tanto più che i costi aggiuntivi (3 milioni e mezzo) sarebbero ampiamente compensabili con gli enormi margini di redditività dichiarati (25 milioni l’anno prima delle imposte).
Raugei si presenta con i consulenti del progetto - Natalrigo Guidi, Luigi Bianchi, Marco Mela - ed elenca i molti benefici dell’operazione: «fornitura del vapore alle aziende vicine, tra cui Rhodia e Grandi Molini, e conseguente spegnimento delle caldaie»; «fornitura di acqua calda al Reefer»; «alimentazione delle navi all’ormeggio, che potranno spegnere i fumaioli»; «rete di teleriscaldamento»; «ristrutturazione del depuratore del Rivellino, da cui attingeremo l’acqua»; «ricadute economiche e occupazionali, coi lavori affidati alle imprese livornesi e l’assunzione di 25 persone».
L’investimento è di 84 milioni, di cui 47 per l’acquisto di impianti dalla General Electric. «Per il 20% è coperto con mezzi nostri - dice Raugei - e per il resto è in project financing con banche e un partner che dobbiamo scegliere». Un project ripagato con «la buona redditività dell’impianto, pari al 30% del fatturato».
Se però l’operazione è stata messa in discussione, è per l’impatto che avrà su un territorio già duramente provato. L’Arpat ha calcolato un’emissione massima in atmosfera di 176 tonnellate annue di polveri, Porto Energia parla di 103. E comunque «non sono importanti le quantità assolute ma le concentrazioni per metro cubo che sono inferiori alla soglia prevista per gli ambienti urbani». Il paragone con la centrale Enel di Piombino «è improponibile: se noi emettiamo 100 t di polveri producendo 52 megawatt, non è possibile che Piombino ne faccia 132 con 660 mw di produzione. Non c’è niente da temere dagli impianti a biomasse. In Italia ce ne sono già 50 con 2000 megawatt di produzione e non è successo niente. La ricaduta delle polveri avviene entro un raggio di un chilometro e mezzo». Quanto alla valutazione di impatto ambientale, «è obbligatoria solo sopra i 300 megawatt. Per ottenere l’autorizzazione, però, abbiamo ottenuto l’ok da 22 enti!»
Meno convincenti le argomentazioni sul dichiarato utilizzo di olii “a filiera corta”, derivanti da coltivazioni entro 70 chilometri dall’impianto: una condizione prevista dal piano energetico regionale e dal piano provinciale per proteggere i paesi in via di sviluppo dalla deforestazione. A meno che non si vogliano usare quelle del viale Italia, di palme in Toscana non ce ne sono. «Prioritariamente useremo olii di colza con tracciabilità comunitaria, provenienti da Bulgaria e Romania. Ma se ne avremo bisogno, prenderemo olii da fuori Europa: come quello di Jatropha, pianta coltivata in Tanzania e in India». Nei fatti, dunque, una filiera molto lunga.
Per niente intimorita dall’annunciato ricorso al Tar, Porto Energia dà appuntamento ad aprile per «l’inizio del lavori. La centrale entrerà in funzione a fine 2011».
da Il Tirreno
LIVORNO. «La centrale a biomasse non inquina. Le emissioni di polveri rientrano ampiamente nei limiti di legge previsti per gli ambienti urbani». Avrebbe fatto volentieri a meno, il presidente della Compagnia Portuale Enzo Raugei, di tornare su un argomento chiuso, archiviato dall’autorizzazione per la costruzione dell’impianto a biomasse in porto rilasciata dalla Provincia il 9 dicembre.
Ma il caso monta e allora la società Porto Energia (85% Compagnia Portuale) prova a sgonfiarlo. Al termine della conferenza stampa resta però un interrogativo: perchè non mettere subito i filtri, come è stato fatto nella centrale a biomasse di Piombino e come voleva l’Arpat? Tanto più che i costi aggiuntivi (3 milioni e mezzo) sarebbero ampiamente compensabili con gli enormi margini di redditività dichiarati (25 milioni l’anno prima delle imposte).
Raugei si presenta con i consulenti del progetto - Natalrigo Guidi, Luigi Bianchi, Marco Mela - ed elenca i molti benefici dell’operazione: «fornitura del vapore alle aziende vicine, tra cui Rhodia e Grandi Molini, e conseguente spegnimento delle caldaie»; «fornitura di acqua calda al Reefer»; «alimentazione delle navi all’ormeggio, che potranno spegnere i fumaioli»; «rete di teleriscaldamento»; «ristrutturazione del depuratore del Rivellino, da cui attingeremo l’acqua»; «ricadute economiche e occupazionali, coi lavori affidati alle imprese livornesi e l’assunzione di 25 persone».
L’investimento è di 84 milioni, di cui 47 per l’acquisto di impianti dalla General Electric. «Per il 20% è coperto con mezzi nostri - dice Raugei - e per il resto è in project financing con banche e un partner che dobbiamo scegliere». Un project ripagato con «la buona redditività dell’impianto, pari al 30% del fatturato».
Se però l’operazione è stata messa in discussione, è per l’impatto che avrà su un territorio già duramente provato. L’Arpat ha calcolato un’emissione massima in atmosfera di 176 tonnellate annue di polveri, Porto Energia parla di 103. E comunque «non sono importanti le quantità assolute ma le concentrazioni per metro cubo che sono inferiori alla soglia prevista per gli ambienti urbani». Il paragone con la centrale Enel di Piombino «è improponibile: se noi emettiamo 100 t di polveri producendo 52 megawatt, non è possibile che Piombino ne faccia 132 con 660 mw di produzione. Non c’è niente da temere dagli impianti a biomasse. In Italia ce ne sono già 50 con 2000 megawatt di produzione e non è successo niente. La ricaduta delle polveri avviene entro un raggio di un chilometro e mezzo». Quanto alla valutazione di impatto ambientale, «è obbligatoria solo sopra i 300 megawatt. Per ottenere l’autorizzazione, però, abbiamo ottenuto l’ok da 22 enti!»
Meno convincenti le argomentazioni sul dichiarato utilizzo di olii “a filiera corta”, derivanti da coltivazioni entro 70 chilometri dall’impianto: una condizione prevista dal piano energetico regionale e dal piano provinciale per proteggere i paesi in via di sviluppo dalla deforestazione. A meno che non si vogliano usare quelle del viale Italia, di palme in Toscana non ce ne sono. «Prioritariamente useremo olii di colza con tracciabilità comunitaria, provenienti da Bulgaria e Romania. Ma se ne avremo bisogno, prenderemo olii da fuori Europa: come quello di Jatropha, pianta coltivata in Tanzania e in India». Nei fatti, dunque, una filiera molto lunga.
Per niente intimorita dall’annunciato ricorso al Tar, Porto Energia dà appuntamento ad aprile per «l’inizio del lavori. La centrale entrerà in funzione a fine 2011».
da Il Tirreno
Pubblicità