Luci ed Ombre del Governo Lula

Pubblicato il da Circolo PRC Follonica

di Silvia de Bernardinis

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Il Brasile di Lula è una delle realtà, dal punto di vista economico e politico, più complesse e contraddittorie del nuovo contesto latinoamericano: un paese di oltre 190 milioni di abitanti, con uno dei più iniqui tassi di distribuzione della ricchezza al mondo, dove ipermodernità e arcaismo convivono e si intrecciano; una borghesia moderna legata al capitale finanziario, sin dalle sue origini integrata, in posizione subalterna, ai poli centrali del capitalismo, che pur sconfitta elettoralmente non ha perso il controllo della macchina di uno stato concepito storicamente come strumento di riproduzione di privilegi e diseguaglianza economica.

Questo è il quadro in cui dal 2003 si muove il governo Lula, un governo che è nato da un compromesso tra forze e partiti progressisti ed un blocco conservatore e che, proprio in ragione della sua composizione, ha generato al suo interno molte contraddizioni: indubbiamente Lula si è mosso rispondendo alle aspettative delle classi popolari, e pur senza ricorrere a riforme strutturali, ha garantito la risoluzione del problema fondamentale dei tre pasti al giorno per tutti i brasiliani. D’altro lato, ha però subìto le pressioni provenienti dall’interno del suo stesso governo dei settori legati al capitale finanziario che in questi ultimi sette anni hanno esercitato tutto il loro peso per imporre la continuità con le precedenti politiche neoliberiste e per frenare il processo di ampliamento degli spazi democratici della società.

Nel primo mandato Lula è riuscito a riequilibrare una situazione economica fallimentare ereditata dal precedente governo di Fernando Henrique Cardoso che aveva aggravato ulteriormente la già cronica situazione di ingiustizia economica e sociale del paese; ha azzerato il debito con il FMI e ha dato alcune risposte concrete al problema della fame, della disoccupazione – che alla fine del 2002 toccava il 13% – e dell’analfabetismo.  In questa direzione si inquadra il primo dei programmi varati dal governo, il programma Fame Zero, la cui finalità è la redistribuzione del reddito ai settori più poveri della popolazione  attraverso un piano di incentivi all’agricoltura familiare, credito ai piccoli e medi produttori, costruzione di cisterne nelle regioni semi aride (che hanno portato finalmente servizi essenziali come energia elettrica e acqua in vaste zone che ne erano sprovviste), creazione di ristoranti popolari e distribuzione di prodotti alimentari per le situazioni d’emergenza. Nei primi 4 anni di applicazione, il programma Fame Zero ha interessato 12 milioni di famiglie (circa 60 milioni di persone) ed è andato ad aggiungersi al programma Bolsa Família, che prevede un sostegno economico mensile alle famiglie che assicurano la frequenza a scuola dei loro figli. Queste misure hanno contribuito ad incrementare del 22% circa il bilancio mensile delle famiglie più povere. Secondo i dati dell’IBGE, durante il primo mandato, sono stati creati 8,7 milioni posti di lavoro regolare ovviando, seppur parzialmente, al problema drammatico del lavoro nero (i dati del 2006 registrano 30 milioni di lavoratori regolari a fronte di 49 milioni di lavoratori in nero), riducendo al 9% il tasso di disoccupazione; i redditi sono aumentati mediamente del  7,2% (con punte di oltre il 12% nel Nordest) e ne hanno beneficiato soprattutto le fasce più povere: l’inserimento di milioni di persone che non avevano accesso al consumo ha prodotto una crescita del mercato interno, sostenuto l’aumento della produzione e generato posti di lavoro.

Soprattutto questi risultati hanno permesso a Lula non solo di superare indenne gli scandali per corruzione che hanno investito nel 2005 il governo ed il PT e costretto i suoi più vicini collaboratori ad uscire di scena, ma di aumentare i consensi intorno a sé nonostante la campagna mediatica martellante e golpista scatenata dai settori più reazionari della società (in particolare il gruppo legato alla Rede Globo, che ebbe un ruolo attivo nel colpo di stato del 1964, appoggiò la dittatura, criminalizzò i movimenti negli anni 80 e continua oggi ad orchestrare periodicamente campagne contro l’MST e gli altri movimenti sociali).
D’altro lato, accanto a misure progressiste ve ne sono altre il cui segno è in netta continuità con il passato, come ad esempio la priorità in politica economica data all’attivo di bilancio, al rigore nella spesa pubblica ed al controllo dell’inflazione. In questa direzione i settori più conservatori che compongono il governo sono riusciti ad imporre una solida garanzia in difesa degli interessi dei settori storicamente dominanti dell’economia brasiliana con la nomina di Henrique Meirelles (ex-presidente del Bank Boston, carica che abbandona in occasione della sua elezione, nelle fila del PSDB, avversario storico dl PT) alla Banca Centrale, nomina fortemente criticata ed osteggiata da molti esponenti del PT e dagli altri partiti di sinistra che compongono la maggioranza di governo. La Banca Centrale di fatto è un potere parallelo e, secondo l’opinione di molti, il vero artefice della politica economica, e la scelta di un ultra-ortodosso alla sua guida mostra quanto siano forti le pressioni di una borghesia che mantiene ancora saldamente il potere nei settori chiave dell’economia, imponendo continuità con le politiche liberiste le quali hanno prodotto, in questi ultimi sette anni di governo, un forte aumento dei profitti delle banche (soprattutto attraverso la manutenzione di un tasso d’interesse che è il più alto al mondo – oggi è dell’11,25%), favorito il settore esportatore e inibito lo sviluppo interno.
Proprio questa contraddizione tra interessi economici e politici contrapposti che convivono all’interno del governo ha generato riforme contestate, come quella della previdenza pubblica e soprattutto la riforma agraria, sulla quale le aspettative erano grandi: la priorità data allo sviluppo dei biocombustibili e dell’agro-business ha favorito ancor di più la concentrazione della terra, rafforzando la tradizionale alleanza tra latifondo e grandi imprese transnazionali, di fatto un modello di agricoltura opposto a quello che ha sempre proposto il MST basato sulla piccola e media proprietà, auto-sostenibile ed eco-compatibile. I dati dell’Incra indicano che dal 2003 al 2007 l’assegnazione della terra ha riguardato circa 450 mila famiglie, dati contestati dal MST e dalle altre organizzazioni dei lavoratori rurali secondo i quali il numero sarebbe molto minore (poco meno di 164 mila famiglie) e le terre assegnate, circoscritte ad aree di scarso interesse per l’agro-business. Ad oggi i dati indicano che l’1% dei latifondisti possiede il 47% delle terre brasiliane.

Gli elementi di discontinuità rispetto all’armamentario neoliberista presentati con enfasi nel programma di governo 2007-2010 – sviluppo nazionale e distribuzione della ricchezza, lotta per l’inclusione sociale all’interno di un quadro di approfondimento della democrazia, educazione pubblica di qualità ed un ruolo sovrano del Brasile nel piano internazionale – in virtù di una situazione economica stabile rispetto al primo mandato e di una crescita costante, incontrano forti ostacoli alla loro realizzazione proprio a causa dell’ambiguità di fondo di una linea politica nella quale finora, come hanno sottolineato criticamente dall’interno del governo il PCdoB e la sinistra del PT, la pressione della destra ha prevalso sulle spinte al cambiamento provenienti dai settori popolari e progressisti della società.
Meno ambigua sembra essere la politica estera del governo Lula, che soprattutto durante il suo secondo mandato ha potuto agire in un contesto molto favorevole, con la crisi dell’ordine unipolare e l’affermazione in America Latina di governi progressisti. Se la precedente linea estera brasiliana puntava ad una politica di avvicinamento ai poli centrali del potere nel sistema internazionale, e alla salvaguardia del suo dominio economico nel contesto latinoamericano, la posizione del governo Lula ha prodotto una chiara rottura, rendendosi promotrice e protagonista di una visione multipolare dell’ordine internazionale e contrastando, sia pure parzialmente, l’imperialismo statunitense. In questa prospettiva ha contribuito attivamente alla formazione del G3 (Brasile, India e Sudafrica) con lo scopo di presentare e proporre posizioni congiunte nei forum internazionali; ha intensificato la cooperazione economica e tecnologica con Russia e Cina; si è schierato contro la guerra in Iraq, e di fronte ai tentativi golpisti in atto in Bolivia non ha esitato ad offrire appoggio a Evo Morales, così come ha più volte riaffermato il sostegno a Chavez di fronte agli attacchi della destra latinoamericana e degli USA, contribuendo dall’esterno in modo determinante al rafforzamento di due tra le più avanzate esperienze politiche latinoamericane.
Pur subendo la pressione degli USA, come nel caso dell’invio di truppe brasiliane ad Haiti, Lula è riuscito ad imporre alcuni no agli USA, il più importante dei quali è stato il rifiuto dell’ALCA, rilanciando e ampliando i progetti di integrazione regionale, primo fra tutti il Mercosur, che ha visto l’ingresso come membro permanente del Venezuela e che sta discutendo la proposta di includere Cuba, verso la quale il Mercosur attraverso una serie di accordi, ha aumentato i prodotti interscambiabili, alleviando in modo sensibile il peso del bloqueo. L’idea è quella di superare le tradizionali funzioni del Mercosur come organismo regolatore delle relazioni commerciali tra singoli paesi aderenti e trasformarlo in strumento di integrazione regionale  attraverso progetti sociali.

La formazione dell’ALBA, alla quale il Brasile non aderisce ma con la quale ha sottoscritto alcuni accordi, sta concretizzando il progetto di fare dell’America Latina un polo autonomo dal punto di vista economico e finanziario, indipendente rispetto alla questione delle fonti energetiche ed alimentari: in questa prospettiva si inserisce il progetto per la realizzazione di un gasdotto che dovrebbe attraversare Bolivia, Venezuela, Brasile e Argentina e l’impegno per la creazione del Banco do Sul che vede insieme Brasile, Venezuela, Bolivia, Argentina, Uruguay e Paraguay e che potrebbe rendere l’America Latina indipendente dal FMI e dagli altri organi finanziari internazionali.
È però del tutto evidente che molti di questi progetti trovano forti barriere sia all’interno che a livello internazionale, per via del legame tra imprese brasiliane e transnazionali presenti in territorio brasiliano i cui interessi ed il cui modello di sviluppo sono incompatibili con il progetto di un’America Latina politicamente ed economicamente sovrana.
L’ambiguità della politica interna di Lula si riflette inevitabilmente, dunque, anche sul terreno della politica estera che ha evidenziato i più marcati segnali di discontinuità con i governi precedenti, sul quale il blocco di potere brasiliano, legato saldamente al settore finanziario e all’agro-business, fa sentire il suo peso. E su questa contraddizione gioca abilmente la destra latinoamericana e mondiale per cercare di smontare il processo in corso in America Latina, differenziando e separando Lula da Morales e Chavez, presupponendo una omogeneità dello sviluppo economico e politico latinoamericano che di fatto non esiste. Anche e soprattutto in ragione delle sue dimensioni continentali che ne configurano una grande eterogeneità all’interno, il Brasile è un territorio più complesso e contraddittorio rispetto agli altri paesi dell’America Latina, le cui realtà sono difficilmente comparabili con questa.
Nonostante gli ostacoli posti da una borghesia che non ha mai fatto mistero del suo disprezzo verso le classi popolari, Lula è riuscito ad ampliare gli spazi democratici della società brasiliana, ed il fatto di aver riconosciuto il diritto alla dignità a milioni di persone, pur nella persistenza di profonde diseguaglianze economiche e sociali, non è certamente un risultato secondario. Così come non è secondario il fatto che questo sia stato il primo governo a non criminalizzare i movimenti sociali e le spinte dal basso che dopo un periodo di riflusso al quale il solo MST è riuscito a sottrarsi, sembra riacquistare un certo protagonismo. Dal mondo sindacale ai movimenti che rivendicano la riforma agraria ed un approccio diverso rispetto alle questioni sociali e ambientali viene la richiesta di mettere in discussione una politica che non è riuscita a produrre rotture ma solo alcuni aggiustamenti all’interno di un sistema che non ha smesso di generare diseguaglianza, e si critica l’evidente contraddizione tra il richiamo ad un progetto di piena sovranità nazionale ed una pratica che nei fatti lo rende inviabile. Ad un anno e mezzo dalla fine del mandato, con una destra che ha rinserrato le fila e senza poter contare alle prossime elezione sulla personalità carismatica di Lula, la possibilità di mantenere il campo aperto ad una via progressista dipende, oltre che dalla capacità di crescita dei partiti della sinistra, anche e soprattutto dall’incisività con la quale questi movimenti riusciranno ad incalzare il governo.

 

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