Prc: fuori da crisi e bipolarismo Lotte, referendum, federazione
Francesco Ruggeri
E’ dentro una crisi, destinata a durare e che modifica drasticamente l’immaginario
collettivo e i rapporti tra le persone, che vanno calati l’interpretazione
del dato elettorale e il dibattito sulla rifondazione comunista. Prima ancora di analizzare il voto delle regionali, di fronte al comitato politico nazionale del partito, Paolo Ferrero dipinge alcuni elementi di scenario. Da un lato c’è la destra con la sua proposta «barbarica», che usa la paura e trasforma i territori in fortezze, dall’altra l’urgenza di un progetto che sia efficace ad «uscire dal capitalismo in
crisi». Nè il segretario nazionale, né gli interventi che si succederanno fitti fino al primo pomeriggio di oggi, forniranno risposte «sfumate o consolatorie » (come ha detto il bergamasco Ezio Locatelli) del responso delle urne. Su tutti il dato dell’astensionismo - Ferrero lo chiamerà «assenteismo » - e che colpisce Rifondazione più di altri perché - a differenza del 2005 - non c’è stata la spinta propulsiva di veri movimenti di opposizione come nella fase precedente furono quelli della scuola, della pace, per l’articolo 18 e per i forum sociali. Certo, in una tornata amministrativa ci sono la tenaglia del voto utile, la penalità del voto di scambio e l’oscuramento mediatico ma «siamo ancora dentro la sconfitta del 2008 - ripete il segretario del Prc - dentro la perdita di credibilità dovuta alla stagione del governo Prodi». Senza girarci intorno: «Siamo andati indietro», ammette Ferrero rivendicando le scelte compiute regione per regione anche in Campania dov’è lui stesso «ha messo la faccia»
(semmai quel profilo alternativo - ha segnalato il napoletano Sandro Fucitre to, è arrivato tardivamente). E allora serve un «salto di qualità» poiché quello che c’è dopo le regionali «non ci impedisce la prosecuzione del progetto politico». Anche il governo perde voti ma esce dalle elezioni di medio termine «stabilizzato», segnala
Ferrero, e deciso a scardinare il quadro costituzionale con un affondo su presidenzialismo, federalismo e con l’attacco costante ai diritti sociali. Sul che fare non c’è dubbio che si debba puntare sulla costruzione di un «polo di aggregazione della sinistra d’alternativa », autonomo dal Pd e dall’opa lanciata da altri su quel partito. La Federazione della sinistra «deve trasformarsi in un fatto», costruendo ovunque dei coordinamenti, evitando che si trasformi in un intergruppi. Parallela deve correre la costruzione di una opposizione unitaria al governo Berlsuconi a partire dalla «primavera referendaria ». Su questo Ferrero registra un primo intoppo: i quesiti ambigui sull’acqua su cui l’Idv vuole condurre una propria campagna referendaria rivelando l’approccio strumentale di quel partito con l’opposizione sociale. «L’opposizione politica - spiega Ferrero - è una relazione con
i movimenti». In ogni caso, in fondo a questi percorsi paralleli c’è un’aggregazione
elettorale che, nel 2013, dovrà battere le destre avendo come collante la difesa della Costituzione e una nuova legge elettorale che ci consenta di uscire dalla trappola bipolaristica. Per farlo serve un partito che funzioni meglio (e Monica Sgherri si chiede come riformare lo «stare insieme »), che sappia generalizzare le pratiche del partito sociale, e affronti il doppio problema di come comunicare con l’esterno e come formulare una narrazione alternativa. Non è solo un problema di valorizzazione degli strumenti (Liberazione, la rivista, il web) ma di elaborazione di un’uscita dalla crisi in senso solidale, egualitario e ambientalista. Una relazione, quella di Ferrero, che è stata capace di fornire non pochi punti di equilibrio e una cornice unitaria al dibattito che l’ha seguita. Dai territori e dai dirigenti del Prc, oltre
a una ponderazione del voto, sono giunti soprattutto contributi sulla definizione del processo federativo e numerosi spunti di critica al leaderismo, un tema tutt’altro che inedito, quello dell’esposizione del «corpo del leader» (Giovanna Capelli) per il movimento comunista e che oggi si nutre del successo - in Puglia e sulle colonne
dei giornali del gruppo De Benedetti - di Nichi Vendola. Il personalismo «è tutto dentro la crisi della politica », dirà Russo Spena citando a sua volta Tronti. La questione è collegata alla «trappola bipolare, causa ed effetto di una passivizzazione di massa» (Pasquale Vozza) e «che produce astensione», dice Ramon Mantovani avvertendo come anche il Prc sia stato «incagliato» dentro quel sistema. Controcorrente Stefano Zuccherini dice che «Vendola rovescia il populismo » e che la questione del governo non va delegata ad altri. Ma Lidia Menapace gli ricorda come il leaderismo non sia che la moderna traduzione del cesarismo, «intrinsecamente autoritario e, comunque travestito, mai di sinistra».
Punto aperto - e la stessa direzione nazionale ha avvertito l’esigenza di una riflessione seminariale - quello della costruzione della Federazione. Liberazione, come di consueto, riporterà gli estratti di tutti gli interventi. In questa sede si segnalano alcuni giudizi. Monica Sgherri crede che sia l’unico argine alla frammentazione ma non è convinta da eventuali accelerazioni organizzative; Russo Spena invita a costruirla per luoghi così da «azzardare un rapporto coi movimenti» altrimenti può apparire come un involucro vuoto o un’operazione di risulta (Paula Amadio, Locatelli). Per Mantovani dovrebbe essere una «somma più che una moltiplicazione dei soggetti anticapitalisti»; Claudio Bellotti ritiene che non le si debba delegare la «strategia del Prc» mentre per Augusto Rocchi dovrà essere un «soggetto aperto, partecipato, democratico: un pezzo di un’unità più ampia».
Il dibattito è aperto.